Migranti non per caso

La Quaresima è tradizionalmente un tempo in cui ogni credente è chiamato a stringersi, col cuore e con la mente, accanto ai poveri. Pertanto, l’intento della riflessione che segue è quello di aiutare il lettore a comprendere le ragioni del fenomeno migratorio, soprattutto dalla sponda libica, nella consapevolezza che l’informazione è la prima forma di solidarietà.

La mobilità umana che spinge dal continente africano verso l’Europa è sintomatica, in gran parte, del malessere che attanaglia l’economia africana. Essa, infatti, continua ad essere fortemente vulnerabile, nonostante le buone performance, in termini di crescita, da parte di numerosi paesi. Nei primi 3 lustri del nuovo millennio, la sua economia è cresciuta in modo sostenuto lasciandosi alle spalle un quarto di secolo di stagnazione e arretramento nel reddito procapite. Da rilevare che non è stata l’industrializzazione del continente a trainare lo sviluppo (come è avvenuto, ad esempio, per il continente asiatico), ma la transizione dall’agricoltura al terziario. Ciò ha consentito ad alcune economie africane di essere meno dipendenti dalla domanda estera, anche se poi, la volatilità dei prezzi, soprattutto delle materie prime (particolarmente gli idrocarburi), ha dato filo da torcere a molti paesi. Molto dipenderà, guardando al futuro, dalla capacità dei governi locali di contrastare – oltre all’endemica corruzione degli apparati statali – la debolezza dei processi produttivi, dei consumi  e dei movimenti commerciali, in rapporto alla domanda e all’offerta, sul mercato delle commodity (fonti energetiche, minerali e prodotti agricoli). Detto questo, però, il vero grande problema, spesso sottaciuto in sede internazionale, riguarda la crescita del cosiddetto debito aggregato africano, vale a dire quello dei governi, delle imprese e delle famiglie, stimato attorno ai 150 miliardi di dollari.
L’Africa – è bene rammentarlo – ha già vissuto una devastante crisi debitoria, che si è protratta nel tempo, dagli anni ottanta fino a quando, nello scorso decennio, grazie al progetto Highly Indebted Poor Countries (Hipc), ad opera dello Fmi e della Banca Mondiale (Bm), una trentina di paesi a basso reddito dell’Africa Subsahariana poterono ottenere una riduzione del debito (circa cento miliardi di dollari). A questo programma se ne aggiunse un altro, la cosiddetta Multilateral Debt Relief Initiative (Mdri). Queste iniziative suscitarono grande euforia perché consentirono a molti governi africani di riprendere fiato, accedendo a prestiti insperati. Nel 2007 il Ghana fu il primo Paese beneficiario ad affacciarsi sui mercati internazionali, emettendo obbligazioni pari a 750 milioni di dollari. Seguirono altri quattro destinatari del condono: Senegal, Nigeria, Zambia e Rwanda. L’accesso ai fondi d’investimento, messi a disposizione dall’alta finanza, soprattutto nella City londinese, ma anche in altre piazze, è stato utilizzato in parte per sostenere attività imprenditoriali straniere in Africa, ma anche per foraggiare le oligarchie autoctone, secondo le tradizionali dinamiche della corruzione più sfrenata e corrosiva. Sono nate, così, società partecipate che, comunque, nonostante la crescita della produttività, non sono state in grado di compensare la nuova crisi debitoria. I nuovi programmi d’investimento, infatti, non sono stati associati ad organici piani di sviluppo nazionali, col risultato che sono state costruite opere infrastrutturali – vere e proprie cattedrali nel deserto – slegate le une dalle altre, o iniziative imprenditoriali a sé stanti e dunque esposte all’azione predatoria di potentati internazionali, soprattutto sul versante delle materie prime e delle fonti energetiche.
Nel frattempo si è innescata sulle piazze finanziarie una speculazione sfrenata sull’eccessivo indebitamento dei paesi africani che ha determinato la svalutazione delle monete locali. Uno dei casi emblematici è proprio quello del Ghana, considerato per certi versi, sul piano formale, l’emblema del boom africano. Non a caso il primo presidente statunitense di origini afro, Barack Obama, nel corso del suo primo viaggio nel continente africano (2009), scelse di fare tappa proprio ad Accra. L’aumento del Pil e del debito ghanese sono indicativi di una crisi sistemica che ha peraltro pregiudicato qualsiasi iniziativa protesa all’affermazione di un welfare locale in grado di contrastare l’esclusione sociale. D’altronde, se si pensa che il Pil aveva toccato quota 15% nel 2011 (8,8 e 7,6 nei due anni successivi) e che oggi il deficit non accenna a diminuire e il debito (32% del Pil nel 2008) è già arrivato al 50%, non c’è proprio da stare allegri. Qualche osservatore potrebbe obiettare affermando che in alcuni paesi industrializzati come Italia e Stati Uniti il debito è percentualmente superiore al Pil. Verissimo, ma in Ghana – come d’altronde nella stragrande maggioranza dei paesi africani – il valore del Pil, in cifre assolute, è ancora molto basso (quello ghanese è di circa 47 miliardi di dollari) e dunque non rappresenta una garanzia per i creditori internazionali (basti pensare che quello della Regione Lombardia è di circa 350 miliardi di dollari). Gli analisti sono scettici perché, secondo l’Fmi, la crescita nel 2016 sarebbe stata “solo” del 3,6 per cento. Ma ciò che inquieta di più sta nel fatto che per ripagare il debito, oggi, il governo di Accra è costretto a svendere i propri asset strategici (acqua, petrolio, elettricità, telefonia, cacao, diamanti…). Qui le responsabilità ricadono sia sulla classe dirigente locale, ma anche sulle stesse istituzioni finanziarie internazionali, le quali pretendono che le concessioni per lo sfruttamento delle materie prime, unitamente alle privatizzazioni (soprattutto il land grabbing, vale a dire l’accaparramento dei terreni da parte delle aziende straniere) vengano attuate “senza se e senza ma”, per arginare il debito. Si tratta di un affare colossale per cinesi, americani ed europei, essendo la moneta locale fortemente deprezzata. Sta di fatto che oggi il governo di Accra ha un doppio problema: è privo di proprie risorse finanziarie ed è sempre più appesantito da un fardello, quello del debito, difficile da sostenere.
Una cosa è certa: nel corso degli ultimi dieci anni si è passati un po’ in tutta l’Africa dai cosiddetti creditori ufficiali (come i governi, lo Fmi, la Bm e la Banca Africana per lo Sviluppo) alle fonti private di credito (banche, fondi di investimento, fondi di private equity) e al libero mercato. Si tratta, in sostanza, come abbiamo visto, di una finanziarizzazione del debito che ha segnato il passaggio dai tradizionali prestiti e da altre forme sperimentate di assistenza finanziaria alle obbligazioni, sia pubbliche che private, da piazzare sui mercati aperti. Si tenga presente che le suddette obbligazioni sono in valuta estera, quasi sempre in dollari e quindi sottoposte ai movimenti sui cambi monetari, sempre a discapito delle monete nazionali africane. Ciò sta generando un circolo vizioso che potrebbe compromettere seriamente lo sviluppo futuro dell’Africa. La questione del debito esige certamente una maggiore presa di coscienza a livello internazionale, considerando che dal 2007, il debito pubblico mondiale è più che raddoppiato, passando da 28,7 a oltre 61 trilioni di dollari odierni. Ciò rappresenta una nuova minaccia di crisi sistemica. E i paesi più poveri, quelli africani in primis, sono sempre i più esposti e colpiti da tali pesanti oneri. E dire che dal punto di vista semantico, speculare e speculazione derivano dal latino speculum (specchio) e dai verbi spector (guardare, osservare) e speculor (che nella forma intransitiva significa guardarsi intorno, volgere lo sguardo da tutte le parti). E allora la speculazione, se fosse correttamente interpretata, potrebbe diventare un atto filosofico di alto profilo, richiedendo, appunto, di volgere lo sguardo da tutte le parti – sia in estensione che in profondità, sia dentro che fuori – scrutando il futuro e sottraendolo all’esclusivo vantaggio di un manipolo di nababbi. Senza dimenticare l’accezione implicita nella parola in oggetto, che allude all’astrazione, alla riflessione. Tutte dimensioni palesemente misconosciute dai fautori del dio denaro che guardano solo e unicamente alla massimizzazione dei profitti, misconoscendo la globalizzazione dei diritti, soprattutto dei migranti che costituiscono l’anello debole della società planetaria. I loro patimenti, oggi, per molti di loro, sono la riproposizione – vale la pena denunciarlo senza reticenze – della Passione di Nostro Signore.