Ibrahim amico mio

Un albero trapiantato in una terra non sua cresce se trova spazio che lo accoglie e un mano amica che lo protegge.

La grande bufera delle ingiustizie che imperversa nel Sud del mondo, qua e là manifestandosi con guerre, guerriglie, esodi, eccidi sopraffazioni, esclusione sociale, miseria e pandemie, ha innescato il fenomeno delle migrazioni, una realtà che ha portato numerosi uomini e donne delle cosiddette periferie del mondo di fronte all’uscio delle nostre case. In effetti, già dagli anni ‘80, l’Italia è stata interessata dalla mobilità umana col risultato che gli immigrati residenti in Italia sono 5.047.000 secondo i dati Istat aggiornati al 1 gennaio 2017. Si tratta di persone registrate alle anagrafi comunali che hanno una cittadinanza diversa da quella italiana. Da rilevare che in questa cifra sono compresi tutti gli stranieri, incluse le persone provenienti da altri paesi dell’Unione Europea (Ue). Gli stranieri non comunitari, quelli cioè che nell’immaginario nostrano sono percepiti come i “veri stranieri”, sono circa 3,5 milioni. Agli stranieri regolari residenti vanno poi aggiunti gli stranieri regolari ma non residenti – circa 400 mila persone – che hanno cioè un regolare permesso di soggiorno ma non sono iscritti all’anagrafe di nessun comune italiano.
Le storie di queste persone sono toccanti e meriterebbero, da parte nostra, un’attenta riflessione. Proprio come nel caso di Ibrahim, un egiziano copto, per così dire della “prima ora”, vivendo nel nostro Paese dal 1993. Originario di un villaggio alla periferia del Cairo, fin da giovanissimo si rimboccò le maniche facendo un po’ di tutto. Trovò anche il tempo per studiare, sebbene poi preferì mollare, “giocandosi a tombola – racconta – quei quattro soldi risparmiati con tanto sudore e tentare così la via dell’esilio”. Ibrahim oggi ha 55 anni e parla correttamente quattro lingue: arabo, francese, inglese ed italiano. Tenendo conto che è laureato in ingegneria meccanica, non era certo un trovatello quando sbarcò nel Bel Paese. Allora, all’inizio degli anni ‘90, aveva con sé una valigia di seconda mano, legata con lo spago, pesante da morire; e uno zainetto. “Era la prima volta che andavo all’estero. Non avevo mai lasciato l’Egitto e mi sentivo molto a disagio per due motivi: perché non capivo un acca d’italiano e poi perché una volta alla stazione, non sapevo dove andare. A dire il vero, avevo l’indirizzo di un parente, un certo Ali, cugino di mio padre. Ma nessuno era in grado di spiegarmi chiaramente dove fosse. Era stato proprio grazie ad una lettera di Ali che avevo ottenuto il visto come turista in Italia”. Sta di fatto che il nostro Ibrahim ebbe un improvviso colpo di fortuna. “Dio – dice lui – mi fece incontrare alla fermata dell’autobus un prete che non dimenticherò mai. Si chiamava padre Renato Bresciani. Era un vecchio missionario comboniano, veterano dell’Africa, giovane nei modi e simpatico da morire”.
La Provvidenza volle che il giovane egiziano trovasse sul suo cammino davvero la persona giusta al momento giusto, quella su cui fare affidamento nel momento del bisogno. Quel giorno padre Renato fece i salti mortali per scovare Ali che nel frattempo aveva cambiato casa e preso in affitto un bilocale a Monteverde Nuovo, un quartiere alla periferia di Roma. L’incontro tra Ibrahim e suo cugino avvenne verso le sette e mezzo di sera in piazza San Giovanni di Dio, sotto un semaforo. I due si abbracciarono come veri fratelli. Alle loro spalle, sul marciapiede, padre Renato sorrideva e gioiva interiormente per quell’incontro.
Autentico pioniere nella pastorale dell’accoglienza, nel 1975, padre Renato ebbe il grande merito di fondare a Roma l’Acse, l’associazione comboniana per il servizio degli emigranti e dei profughi. Attraverso l’Acse, venne garantito un servizio di prima assistenza a molti giovani africani i quali, poi, in molti casi, venivano avviati agli studi o trovavano un’occupazione dignitosa. Da rilevare che quando egli avviò quest’opera non esisteva ancora in Italia la cosiddetta “pastorale dei migranti”. Padre Renato diresse l’Acse per gli ultimi trent’anni della sua vita fino al giorno della morte, il 22 luglio del 1996. Le sue intuizioni e la sua opera rimangono una grande eredità e una grande sfida, non solo nell’ambito della famiglia comboniana, ma anche per tutti coloro che operano nel settore dell’accoglienza.
Ma torniamo ad Ibrahim. Passò diverso tempo prima che riuscisse a trovare un impiego decente. Per mesi fu costretto a vendere accendini, fazzoletti ed altre cianfrusaglie esotiche sotto un semaforo di corso Francia. “I primi giorni – racconta – furono uno strazio. Non avevo il coraggio necessario per affrontare gli automobilisti. Poi alla fine cominciai a fare la ‘faccia tosta’ e vinsi la timidezza. Quando sei povero non puoi permetterti d’essere timido, altrimenti non mangi”. Con grande lucidità e senza inibizioni di sorta, Ibrahim ha sempre difeso la sua dignità di onesto lavoratore: “Da noi in Egitto si dice che ci sono tre tipi di poveri. I primi sono i santi, vale a dire quelli che vivono nel bisogno e non chiedono. L’unica loro risorsa per andare avanti ogni giorno è la provvidenza di Dio. I secondi sono quelli che necessitano di aiuto e chiedono l’elemosina. In questo caso si tratta di gente onesta che cerca di sbarcare il lunario chiedendo aiuto al prossimo. Ci sono infine gli sfaticati che non avrebbero bisogno di aiuto alcuno se solo facessero un piccolo sforzo; eppure hanno l’ardire di chiedere. Ebbene, in tutti gli anni che ho vissuto in Italia, sono sempre riuscito a non mendicare. E di ciò sono molto orgoglioso. Devo però ammettere che in Italia, purtroppo, ci sono molti presunti poveri, anche tra noi stranieri, che preferiscono fare i mantenuti, quando, con un po’ d’impegno, potrebbero guadagnarsi da vivere”.
Ibrahim, in questi anni, ce l’ha messa tutta. Ha bussato a destra e a manca e non è mai rimasto con le mani in mano. Tanto di cappello dunque, ad un uomo come lui che ha saputo rimboccarsi le maniche, guadagnandosi tutto con il proprio sudore. “Vivere la povertà a testa alta” è sempre stato il suo slogan. Una povertà che, come scrisse Albert Tévoédjrè, grande intellettuale beninese, “è ricchezza dei popoli”. Dal 1994 Ibrahim è sposato con Monica, una donna intelligente, laureata in medicina, straordinariamente sensibile nei confronti dei temi sociali, primo fra tutti quello dell’immigrazione. “United Colors of Benetton” è il soprannome che gli amici hanno dato a questa simpatica accoppiata. “È una metafora azzeccata – dice lei – perché esprime la festa dei colori della nostra pelle, del nostro essere coppia. Mi piace pensare alla nostra storia come ad un arcobaleno di colori. All’inizio le mie amiche erano un po’ perplesse che mi fossi presa una cotta per un egiziano. ‘Sai devi stare attenta, mi dicevano, è gente diversa da noi, puoi prendere un granchio… insomma quello lì, anche se è un bell’uomo, è meglio perderlo che trovarlo!’. Per farla breve, gli incoraggiamenti erano pochi. L’unico a cui piaceva l’idea era padre Renato che tutto sommato, avendo io incontrato Ibrahim all’Acse, si sentiva l’artefice del nostro possibile matrimonio”. Ma la cosa divertente fu quando Monica, dopo qualche mese, decise di presentare la questione ai genitori. “Mia madre – racconta – per poco non ebbe uno shock anafilattico . Poveretta la capisco. Per lei, partenopea di nascita e romana d’adozione, gli egiziani potevano al massimo evocare i faraoni. Mio padre, invece, da buon napoletano verace di Posillipo, trapiantato a Roma per accidente, era preoccupato del fatto che Ibrahim non fosse ‘cattolico apostolico romano’. Tradizionalista com’è, era scioccato solo all’idea che i nostri figli potessero crescere senza un’educazione consona ai dettami di Santa Madre Chiesa. ‘Ma ti pare, figlia mia – diceva – che con tutti i maschi che ci sono qui a Roma, tu devi trovare uno che viene dalle piramidi!?’. Mia madre poi rincarava la dose chiedendomi continuamente se ero certa che non facesse il terrorista di professione. ‘Forse dovresti chiedere confidenzialmente a quelli della Digos’ mi sussurrava cento volte al giorno nell’orecchio. Alla fine mi convinsi che l’unico modo per calmare le acque fosse quello di presentare ufficialmente Ibrahim alla famiglia Sparano. Il fatidico incontro avvenne una domenica mattina a mezzogiorno nel prestigioso ristorante Lo Scarpone sul Gianicolo a Roma. Mia madre aveva un viso color panna, tanto era sbiancata all’idea che forse avrebbe avuto un genero musulmano. Eh sì, perché questo era un altro problema. Riuscire a spiegare a mia madre che i copti non sono musulmani fu una cosa a dir poco ardua. ‘ Ma sei sicura, figlia mia – diceva lei – che Ibrahinm non tenga altre mogli nascoste da qualche parte?’ Devo però confessare che alla fine Ibrahim, con il suo savoir faire, riuscì a far breccia un po’ su tutti. Anche lo scoglio ‘canonico’ per usare la terminologia di mio padre – fu rimosso. E questo grazie a padre Renato che, da buon negoziatore, dimostrò che nel Codice di Diritto Canonico era contemplato il fatto che un copto ed un cattolica potessero sposarsi in chiesa e non essere scomunicati”. Qualcuno dirà che sembra una favola a lieto fine. E in effetti è proprio vero. Questa è una lezione di vita che viene impartita da chi è in grado di aprirsi all’interculturalità, cioè all’incontro fecondo tra culture diverse. Ma perché ciò sia possibile è necessaria la semplicità di cuore. Ibrahim e Monica non sono persone complicate, con mille pretese per la testa. In questi anni il Signore ha benedetto questa famiglia con il dono di Josuf e Maria, due splendidi ragazzi. Sia Ibrahim che sua moglie godono di un lavoro fisso e sono riusciti a comprare un appartamento dalle parti del Tufello, alla periferia di Roma. Per fare scelte coraggiose bisogna coltivare l’amore all’essenziale. Ed è per questo che lui continua a prestare servizio come cuoco alla mensa parrocchiale per terzomondiali, mentre lei lavora come volontaria in un progetto di assistenza sanitaria per anziani. La loro amicizia insegna che un albero trapiantato in una terra non sua, cresce se trova spazio che lo accoglie e un mano amica che lo protegge. Ibrahim trapiantato dall’Italia in Egitto, ha trovato tutto ciò trasformando egli stesso la notte fonda in un nuovo giorno.
Una cosa è certa. La loro storia ci insegna che né il paternalismo, né tanto meno il pugno di ferro, faciliteranno la vita degli immigrati e il loro inserimento. Ibrahim se potesse tornarsene in patria sarebbe felice e a sua moglie Monica non dispiacerebbe seguirlo. Purtroppo, oggi, la situazione in cui versa l’Egitto è tale per cui, come coppia, non la considerano un’ipotesi viabile. “Se da una parte è vero – dice Ibrahim – che la fuga dei cervelli dai Paesi in via di sviluppo come il mio, genera effetti depressivi, il cosiddetto ‘brain drain’, la sfida, guardando al futuro, consiste nel credere che questa, se debitamente governata, possa avere un impatto positivo sulle economie locali, stimolando circoli virtuosi di sviluppo sia nelle comunità di origine che in quelle di accoglienza. È l’ipotesi del ‘brain gain’, del guadagno, degli effetti positivi che si basa sulla ‘brain circulation’, sulla possibilità cioè di poter valorizzare le competenze dei migranti sia nei paesi di accoglienza che nei paesi di origine, iniziando, ad esempio, dai progetti di cooperazione allo sviluppo e dalle molteplici opportunità imprenditoriali e di scambi commerciali capaci di rafforzare le relazioni bilaterali a reciproco interesse”. Peccato che finora la circolazione fisica dei talenti non sia ancora in cima ai desideri e ai progetti delle classi dirigenti europee.